Una vita in taxi
Oggi vorrei accompagnarvi in una giornata di Massimo Venturini, il nostro direttore di produzione. È sempre in viaggio, quindi non ho potuto pedinarlo ma mi sono fatta raccontare qualcosa delle sue giornate in trasferta l’ultima volta che ci siamo incrociati.
Svegliarsi in una camera del Shangri la di Hong Kong oppure su un aereo in volo Francoforte- Singapore della Lufthansa è per Massimo come bere un tè… magari verde e proveniente dal Far East!!
Dopo un viaggio lungo almeno 16 ore ed aver sostato in almeno uno o due aeroporti internazionali (spera sempre di non aver nessuna coincidenza a Singapore o Bangkok perché fanno ritirare i bagagli od almeno rifare il check in) finalmente arriva a destinazione.
Il primo impatto è con l’umidità: ci sono giornate in cui la percentuale di umidità raggiunge il 95% con 29-32°C; uscire dalla cella frigorifera dell’aereo ed imbattersi nell’umidità del corridoio che porta in aeroporto è il momento più difficile da superare. Poi si ripassa alle celle frigorifere dei locali pubblici e si riprende la “sana” normalità.
I taxisti di Hong Kong sono indubbiamente delle macchiette: hanno tutti almeno tre telefonini sul cruscotto, a seconda di chi devono chiamare decidono quale compagnia telefonica utilizzare. Sono i “signori della tariffa migliore”.
Fra le diverse “avventure”, Massimo ricorda piacevolmente quella in cui, una volta giunto all’albergo prenotato e dopo aver pagato il tragitto, ha dovuto litigare con il taxista per estrarre la sua valigia dal portabagagli posteriore. Con molta pazienza e qualche discussione è riuscito ad avere la sua valigia. Chissà, probabilmente il taxista era un fan di Mandarina e voleva tenersi la valigia più bella che avesse mai visto
Meno piacevolmente ricorda quando, arrivato in albergo all’una del mattino, stanco dopo tante ore di viaggio, la ragazza della reception gli comunica che non c’è alcuna prenotazione a suo nome e non solo, l’albergo era pieno. Massimo aveva in mano la copia della conferma della prenotazione! Alle 2 e 30 del mattino, dopo aver chiamato l’agenzia italiana, telefonato al responsabile della catena alberghiera e fatto intervenire personalmente il direttore d’albergo, è stato scoperto l’arcano: il taxista (ma non solo lui) non si era accorto che ad Hong Kong esistono due alberghi con lo stesso nome, che fanno parte della stessa catena alberghiera ma su due vie in distretti diversi… Massimo ha raggiunto il letto del suo albergo alle 03.30: sveglia alle 06.00 per il primo Ferry verso la Cina…
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12 Luglio 2007 alle 10:54
Come lo capisco.
purtroppo (o per fortuna) non sono in giro quanto il povero Massimo, ma chi viaggia molto per lavoro sa in quali peripezie ci si può imbattere…
L’umidità, per esempio. Nei paesi asiatici vige la buona abitudine di tenere l’aria condizionata a livelli inenarrabili, nonostante la terrificante escursione termica. A Seoul (Corea del Sud) ci sono strade larghe quanto campi da calcio, ed è sconsigliabile attraversarle a piedi (gli automobilisti coreani sono dei pazzi invasati che guidano come se fossero al circuito di prove di Maranello). La soluzione è un normale sottopassaggio, ovviamene “condizionato”. Si passa quindi da 38° (se ci vai in agosto, come me) con umidità al 99%, a 10° (brividi, pelle d’oca e denti che sbattono), per poi risalire a 38°.
Forse i coreani sono abituati, ma io sono tornato a casa con un raffreddore furibondo, e la schiena a pezzi a forza di inchini.
Decisamente preferisco l’Italia.
13 Luglio 2007 alle 17:41
Mentre leggevo il commento ho starnutito…che sia contagioso?!